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Movimento biblico Cattolico
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La
Sindone di Torino, nota anche come Sacra Sindone, è un lenzuolo di lino
conservato nel Duomo di Torino, sul quale è visibile l'immagine di un uomo
che porta segni di torture, maltrattamenti e di crocefissione. La tradizione
identifica l'uomo con Gesù e il lenzuolo con quello usato per avvolgerne il
corpo, nel sepolcro. La sua autenticità è oggetto di fortissime
controversie. StoriaTutti gli storici sono d'accordo nel
ritenere documentata con sufficiente certezza la storia della Sindone a
partire dalla metà del
XIV secolo, data
della sua apparizione. Sulla sua storia precedente e sulla sua antichità non
vi è accordo. La datazione radiometrica con la tecnica del
Carbonio 14, eseguita
nel 1988 e ritenuta inadeguata dall'ideatore dall'esame stesso[1],
il chimico americano
Willard Frank Libby,
ha datato la realizzazione del lenzuolo in un intervallo di tempo compreso
tra il 1260 e il 1390. Secondo i sostenitori dell'autenticità del telo è
possibile che tale datazione sia dovuta al prelievo dei campioni analizzati
da parti rammendate dopo l'incendio che ha colpito il lino nel 1532. Alcuni studiosi ritengono che la Sindone sia l'autentico lenzuolo funebre di Gesù. Secondo questi la Sindone di Torino risalirebbe alla Palestina del I secolo; gode inoltre di molto credito tra di essi l'ipotesi che essa sia da identificare con il mandylion o "Immagine di Edessa", un'immagine di Gesù molto venerata dai cristiani d'Oriente, scomparsa nel 1204 (questo spiegherebbe l'assenza di documenti che si riferiscano alla Sindone in tale periodo)[2]. Sindone evangelicaSecondo i racconti dei vangeli, dopo la sua morte il corpo di Gesù fu deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo (sindone) con bende e deposto nel sepolcro. Luca e Giovanni menzionano i tessuti funebri anche dopo la risurrezione. Della sindone evangelica non viene fornita alcuna descrizione circa dimensioni, forma, materiale; viene però indicato che fu utilizzato un telo per il corpo e un fazzoletto (sudario), separato, per la testa[3]. Non è presente alcun accenno o riferimento circa la formazione di un'immagine su un qualche tessuto. È ipotizzabile che il telo e il sudario siano stati conservati dalla primitiva comunità cristiana, vi sono indizi in questo senso in alcuni documenti antichi[4], e tenuti nascosti a causa delle persecuzioni e delle credenze giudaiche che ritenevano impuri gli oggetti venuti a contatto con un cadavere. Sindone di TorinoNegli anni cinquanta del XIV secolo la Sindone "comparve" nelle mani del cavaliere Goffredo di Charny e di sua moglie Giovanna di Vergy. Non è noto come essi ne fossero venuti in possesso. Il
20 giugno
1353 Goffredo donò la
Sindone al capitolo dei canonici della collegiata di
Lirey, che egli aveva
fondato[5];
la prima ostensione pubblica avvenne, pare, nel
1357 (Goffredo era
morto l'anno precedente), sucitando negli anni seguenti diversi dubbi
sull'autenticità del telo. Nel
1415 Margherita di
Charny, discendente di Goffredo, si riappropriò del lenzuolo (ne originò un
lungo contenzioso con i canonici) e nel
1453 la vendette ai
duchi di Savoia. Questi la conservarono a Chambéry, dove nel 1532 sopravvisse ad un incendio che la danneggiò in diversi punti. Nel 1578 venne portata a Torino, dove nel frattempo i Savoia avevano trasferito la loro capitale, per consentire a San Carlo Borromeo di vedere la Sindone senza doversi recare a Chambéry affrontando l'attraversamento delle Alpi. Da allora vi rimase ininterrottamente fino al giorno d'oggi, salvo brevi intervalli. Nel 1898 venne fotografata per la prima volta: in quell'occasione si scoprì che l'immagine impressa sul lenzuolo presentava le caratteristiche di un negativo fotografico. Nel 1983 Umberto II di Savoia, ultimo re d'Italia, morendo la lasciò in eredità al Papa che ne delegò la custodia all'Arcivescovo di Torino. Nel 2009 la proprietà della Sindone è stata messa in discussione: secondo il professor Francesco Margiotta Broglio, autorevole studioso dei rapporti tra Stato e Chiesa, con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana (1º gennaio 1948) la Sindone è diventata proprietà dello Stato italiano in base alla XIII disposizione, comma 3, e il lascito testamentario di Umberto II è nullo[6]. Tuttavia la Santa Sede potrebbe avere nel frattempo acquisito la proprietà della Sindone per usucapione. Sulla questione è stata presentata una interrogazione parlamentare ma non risulta ancora una risposta del governo[7][8]. La prossima ostensione è prevista per il 2010, tra il 10 aprile e il 23 maggio. Caratteristiche generaliIl lenzuoloLa Sindone è un lenzuolo di lino di colore giallo ocra, di forma rettangolare e dimensioni di circa 442x113 cm. Lo spessore è di circa 0,34 millimetri, il peso di circa 2,450 kg. È cucito su un telo di supporto, pure di lino, delle stesse dimensioni. Il lenzuolo è tessuto a mano con trama a spina di pesce e con rapporto ordito-trama di 3:1. In corrispondenza di uno dei lati lunghi il telo è stato tagliato e ricucito per tutta la lunghezza a una decina di centimetri dal margine. Sono chiaramente visibili sulla Sindone i danni provocati da alcuni eventi storici: i più vistosi sono le bruciature causate da un incendio nel 1532, disposte simmetricamente ai lati dell'immagine in quanto il lenzuolo era ripiegato più volte su sé stesso. Le bruciature più grandi hanno creato dei veri e propri fori di forma approssimativamente triangolare: fino al 2002 essi erano coperti da rappezzi che poi sono stati rimossi (contestualmente è stato sostituito il telo di supporto originale, applicato nel 1534, con un altro più recente).
L'immagine
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Per approfondire, vedi la voce Studi scientifici sulla Sindone. |
Il tessuto della Sindone è di lino filato a mano. Le fibre sono intrecciate con torcitura "Z", cioè in senso orario: questa torcitura è stata riscontrata in tessuti antichi dell'area siro-palestinese, ma in proporzione minore rispetto alla torcitura "S".[31] Reperti con torcitura a "Z" fanno ipotizzare che questa fosse al tempo la norma in Grecia ed Italia[31], mentre in Egitto si utilizzava la torcitura "S", in senso opposto.
La trama del tessuto è a spina di pesce e con rapporto ordito-trama di 3:1. Tessuti a spina di pesce risalenti all'inizio dell'era cristiana sono stati rinvenuti in Medio Oriente. Si conosce però anche un esemplare tessuto in Europa in epoca medievale con intreccio identico a quello sindonico: esso risale al XIV secolo, epoca che coincide con la datazione della Sindone effettuata tramite l'esame del Carbonio 14.
Nelle fibre si sono trovate tracce di cotone, ma non di lana. Queste risultanze sono compatibili con l'ipotesi di un'origine palestinese: all'epoca di Cristo il cotone era coltivato nel Vicino Oriente (ma non in Europa), e l'assenza della lana si può attribuire alla legge mosaica che prescriveva di tenere separati i due tipi di tessuto (Deuteronomio 22,11).
Negli scavi archeologici sono state ritrovate tracce di corredi funebri ebraici palestinesi del I secolo. Vi sono almeno quattro ritrovamenti frammentarii (a 'En Gedi, Qumran, Gerico e Khirbet Qazone), oltre alla sindone di Akeldamà, l'unica quasi completa, ritrovata in una tomba a Gerusalemme nel campo che, secondo la tradizione, fu acquistato da Giuda Iscariota con il denaro ottenuto dalla consegna di Gesù. I corredi rinvenuti sono di diversi materiali (lino, lana e paglia nel caso di 'En Gedi) e di tessuti con diverso ordito, ma hanno la caratteristica comune di essere composti da una molteplicità di teli e di presentare l'uso delle corde per avvolgere il cadavere.[32]
Shimon Gibson, archeologo israeliano scopritore della sindone di Akeldamà, ha rinvenuto nel sepolcro una sindone per ricoprire il corpo e un panno separato, una sorta di "fazzoletto", per ricoprire il volto. Per la difformità rispetto a questo rinvenimento, Gibson ritiene che la Sindone di Torino non sia autentica: «una sindone composta da un solo telo non pare rientrasse nella pratica comune all'epoca di Gesù».[33]
L'immagine frontale presenta una lunghezza di 195 cm, mentre quella dorsale di 202 cm. Mediante analisi antropometrica computerizzata è stata verificata la compatibilità anatomica delle due immagini, frontale e dorsale, e la somiglianza delle caratteristiche dell'Uomo della Sindone a quelle dei semiti.
Secondo le misurazioni antiche, la statura di Gesù che si desume dalla Sindone sarebbe di 183 cm. Le misurazioni moderne hanno dato risultati differenti: la maggior parte degli studiosi calcola la statura dell'Uomo della Sindone tra i 175 e i 185 cm, ma vi è anche chi, come Giulio Ricci, ha proposto una misura di soli 163 cm, misura che sarebbe più vicina alla statura media degli abitanti della Palestina del I secolo.
Secondo il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, sul tessuto della Sindone sono presenti pollini di diverse specie vegetali specifiche della Palestina e dell'Asia Minore. Il transito della Sindone per questi paesi concorda con la ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo.
Dopo la morte di Frei (1983), il suo lavoro è stato criticato pesantemente da alcuni, che hanno avanzato sospetti di manipolazione dei campioni. In particolare Luigi Garlaschelli sostiene che non si possiedono più né i documenti originali né i nastri delle analisi condotte da Frei.[34] Inoltre, nessuno ha ottenuto, nelle analisi, i medesimi risultati dello studioso svizzero e secondo diversi palinologi le analisi del Frei sono state effettuate su un numero troppo basso di granuli.[35] Oltre a ciò, Frei fu coinvolto nell'autenticazione dei falsi diari di Hitler, perdendo credibilità professionale.[36]
La polvere trovata sul lenzuolo ha una composizione chimica simile a quella della polvere trovata su teli funerari egiziani, che suggerisce l'uso di natron, un composto usato per l'inumazione dei cadaveri. Inoltre è stata rilevata aragonite dalla composizione analoga a quella di campioni prelevati a Gerusalemme.
Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo la sua stima, la datazione della Sindone sarebbe compresa all'incirca tra il 1000 a.C. e il 700 d.C..
La quantità di vanillina attesa dipende però dal valore medio della temperatura dell'ambiente in cui la Sindone è stata conservata: una variazione di pochi gradi del valore effettivo corrisponderebbe ad uno slittamento di qualche secolo nella datazione. Inoltre in alcuni eventi particolari come l'incendio del 1532 potrebbe essersi verificato un decadimento accelerato della vanillina.
Assumendo come ipotesi che la Sindone sia un reperto autentico relativo ad un uomo vissuto in Palestina nel I secolo, alcuni studiosi hanno provato a stimare la probabilità che quell'uomo corrispondesse effettivamente a Gesù Cristo in base ad alcune caratteristiche della reliquia stessa. Ovviamente il discorso non è valido senza l'ipotesi di base, perché un presunto falsario avrebbe potuto creare ad arte quelle caratteristiche.
I risultati ottenuti variano da 10 miliardi contro 1 a 200 miliardi contro 1. Tuttavia il calcolo di questi valori di probabilità è in larga parte basato su stime soggettive ed arbitrarie ed è evidente che ogni ulteriore condizione che si pone, anche banale, non fa che rendere ulteriormente minore la probabilità.
Diversi studiosi hanno lavorato sulla riproduzione di manufatti con le caratteristiche della Sindone, utilizzando vari metodi per poter spiegare quale sia stato il processo di formazione dell'immagine:
Joe Nickell ha "dipinto" un'immagine senza usare pennelli, stendendo un lenzuolo sul corpo di un uomo sdraiato e strofinandolo con un pigmento liquido a base di ocra rossa[37].
Rodante, Moroni e Delfino-Pesce hanno utilizzato il metodo del bassorilievo riscaldato[38].
Nicholas Allen ha usato la tecnica fotografica[39].
Giulio Fanti e collaboratori hanno colorato delle fibre di lino usando un laser a eccimeri. Si tratta della fase preliminare di una ricerca tesa a provare l'ipotesi che l'immagine della Sindone sia stata generata da una radiazione emessa dal corpo umano avvolto in essa[40].
Luigi Garlaschelli ha usato un metodo derivato da quello di Nickell, aggiungendo ad un pigmento una soluzione di acido solforico che ha reagito chimicamente con le fibre del tessuto creando l'immagine, mentre il pigmento è stato poi eliminato sottoponendo il telo a invecchiamento artificiale e successivo lavaggio[41][37].
Per una discussione più dettagliata di questi studi vedi Ipotesi sulla formazione dell'immagine della Sindone.
Ritratto di Gesù (a sinistra) su una moneta bizantina (solidus), VII secolo.
Un altro ritratto di Gesù su un solidus della stessa epoca.
Nella sua raffigurazione tradizionale, Gesù è rappresentato con la barba e i capelli lunghi, come sulla Sindone. Alcuni studiosi suggeriscono che la Sindone fu in effetti il modello da cui questa raffigurazione fu ricavata (il che dimostrerebbe una sua origine molto anteriore al XIV secolo)[42].
Vi sono infatti notevoli coincidenze, anche in alcuni particolari specifici, fra il volto sindonico e questo ritratto che si afferma soprattutto a partire dal VI secolo, in concomitanza con la presunta riscoperta del Mandylion a Edessa. È interessante inoltre notare che le più antiche raffigurazioni del Mandylion mostrano un volto monocromo su tela simile a quello della Sindone[42].
Anche alcune specifiche forme di rappresentazione, come l'imago pietatis (raffigurazione del Cristo morto che sporge dal sepolcro in posizione eretta fino alla vita, con le mani incrociate davanti, in uso dal XII secolo), e dettagli come la "curva bizantina" (la particolare posizione in cui veniva dipinto Gesù crocifisso), si possono spiegare in riferimento alla Sindone[43].
Ovviamente la somiglianza dell'Uomo della Sindone con l'iconografia precedente alle prime prove documentali dell'esistenza del telo, potrebbe semplicemente essere dovuta alla sua realizzazione medievale, quando questa iconografia sarebbe stata perfettamente nota anche a chi avesse prodotto la reliquia, indipendentemente dai metodi impiegati.
La Sindone è stata comparata con il presunto sudario di Gesù conservato nella cattedrale di Oviedo in Spagna. Questo è un telo molto più piccolo della Sindone (circa 84x53 cm), che non presenta alcuna immagine, ma solo macchie di sangue.
È stato ipotizzato da chi sostiene l'autenticità sia di questa reliquia sia del telo di Torino, che questo sudario sia stato posto sul capo di Gesù durante la deposizione dalla croce, e poi rimosso prima di avvolgere il corpo nella Sindone, avendo quindi il tempo di macchiarsi di sangue, ma non quello per subire lo stesso processo di formazione dell'immagine della Sindone, qualunque questo sia stato. Il sudario sarebbe stato conservato a Gerusalemme fino al 614, poi trasportato in Spagna attraverso il Nordafrica; custodito prima a Toledo, venne trasportato ad Oviedo tra l'812 e l'842.
Secondo Baima Bollone, che ritiene di aver individuato tracce di sangue nella Sindone durante gli esami del 1978, anche il gruppo sanguigno delle tracce presenti sul sudario corrisponde con quello rilevato sulla Sindone (gruppo AB), e un'analisi comparativa del DNA da lui effettuata avrebbe rilevato profili genetici simili. Secondo Alan Whanger, ci sarebbero ben 120 punti di contatto tra la disposizione delle macchie sul Sudario e di quelle sul volto e sulla nuca dell'immagine sindonica.
La tessitura del telo con torcitura "Z" e la dimensione delle fibre sono del tutto analoghi a quelli della Sindone. Inoltre Max Frei ha studiato i pollini presenti sul tessuto, identificando tredici piante, di cui nove crescono in Palestina; il che ne avvalora la provenienza da Gerusalemme. Non è rappresentato il gruppo delle piante dell'Anatolia e di Costantinopoli, a conferma del diverso tragitto compiuto verso l'Europa.
La datazione con il Metodo del carbonio-14 ha datato il Sudario come risalente al 680 circa, data compatibile con le prime testimonianze storiche documentate dell'esistenza del Sudario in Europa.[44]
Se venisse provato che il Sudario e la Sindone hanno la stessa origine, verrebbe smentita la datazione medievale del carbonio 14 della seconda, in quanto il Sudario è certamente molto più antico, sia per la sua presenza documentata ad Oviedo sia per la sua datazione con il carbonio 14, che farebbe risalire entrambe le relique al VII secolo, periodo comunque nettamente successivo a quello in cui è vissuto Gesù.
Il Mandylion o "Immagine di Edessa" era un telo conservato dapprima a Edessa (oggi Urfa, in Turchia) almeno dal 544, poi dal 944 a Costantinopoli. Le fonti descrivono un fazzoletto che recava impressa in modo miracoloso l'immagine del viso di Gesù. Nel 944, dopo che Edessa era stata occupata dai musulmani, i bizantini trasferirono il mandylion a Costantinopoli: qui rimase fino al 1204, quando la città venne saccheggiata dai crociati, molte reliquie vennero trafugate e del sacro fazzoletto si persero le tracce.
Come si è accennato sopra, alcuni ritengono che il Mandylion fosse la Sindone piegata in otto e chiusa in un reliquiario, in modo da lasciare visibile solo l'immagine del viso: questa ipotesi è la più accreditata dagli studiosi che tentano di ricostruire la storia della Sindone precedente al 1353.[45]
Questa tesi è però contestata da altri autori (ad esempio Lawrence Sudbury[46]), in base ad alcune fonti storiche che parlano di Sindone e Mandylion come di due oggetti distinti, ad esempio Robert de Clary che nella sua opera La conquête de Constantinople li menziona come entrambi presenti e venerati a Costantinopoli, durante la IV crociata, ma in due luoghi separati.
Una leggenda sostiene che una donna, di nome Veronica, asciugò il volto di Gesù con un panno durante la sua salita al Calvario; sul panno si impresse miracolosamente l'immagine del volto. Questo racconto è talmente noto che l'incontro di Gesù con la Veronica è una delle tradizionali stazioni della Via crucis.
Fino al 1600 circa si conservava a Roma il presunto velo della Veronica; ne fa menzione anche Dante nella Divina Commedia (Paradiso XXXI, 103-108). È stato ipotizzato che si trattasse della stessa immagine oggi nota come Volto Santo di Manoppello, comune in provincia di Pescara.
A Besançon, in Francia, a circa 200 km da Lirey, si trovava un'altra Sindone; sembra che vi fosse giunta nel 1208. Era più piccola della Sindone di Torino (1,3x2,6 m) e mostrava solo l'immagine anteriore. Era oggetto di un'intensa adorazione, meta di pellegrinaggio ed era ritenuta miracolosa. La Sindone di Besançon scomparve in un incendio nel 1349, ma nel 1377 i canonici della cattedrale annunciarono di averla ritrovata intatta in un armadio. Nel 1794 andò definitivamente distrutta durante la Rivoluzione francese.[47]
Alcuni storici ipotizzano che questa, e non quella di Torino, fosse la Sindone che veniva esposta a Costantinopoli fino al 1204; Altri[48] ipotizzano invece che la Sindone scomparsa nell'incendio del 1349 fosse quella di Torino (l'incendio in cui venne data inizialmente per distrutta precede di pochissimi anni la comparsa di quest'ultima a Lirey) e che quella "ritrovata" nel 1377 fosse una copia; altri ancora ipotizzano che proprio la Sindone di Torino fosse una copia effettuata per sfruttare la fama di quella della vicina Besançon ed attirare quindi a Lirey i pellegrini, dubbi che, dopo la prima ostensione del 1357, portarono il vescovo di Troyes, Enrico di Poitiers, a chiedere, senza successo, di esaminare il telo, che venne tenuto nascosto fino al 1389.[47]
Sono note circa 50 copie della Sindone, eseguite da vari pittori in diverse epoche. Una tra le più note, realizzata nel 1516 e conservata a Lier in Belgio, è attribuita ad Albrecht Dürer, ma questa attribuzione è controversa[49].
In nessun caso queste copie sono confondibili con l'originale: i segni della pittura sono evidenti, l'immagine ha contorni netti anziché sfumati, spesso vi sono distorsioni anatomiche. Inoltre in molti casi sul lenzuolo è esplicitamente scritto che si tratta di una copia, la data di realizzazione e, a volte, che fu "consacrata" ponendola a contatto con l'originale. Alcune poi non sono nemmeno in grandezza naturale: ad esempio la copia di Lier è un terzo della grandezza.
Recentemente lo storico Daniel Scavone ha avanzato l'ipotesi che il Graal, il misterioso oggetto protagonista delle più celebri leggende medievali, non fosse altro che la Sindone[50].
Scavone ipotizza che la leggenda del Graal sia stata ispirata dalle frammentarie notizie giunte in Occidente di un oggetto legato alla sepoltura di Gesù e che ne "conteneva" il sangue; si pensò quindi che si trattasse di una coppa o di un piatto, le forme in cui il Graal è solitamente rappresentato.
A supporto di questa teoria Scavone nota che, secondo alcune fonti, il Graal offriva una particolare "visione" di Cristo nella quale egli appariva prima come bambino, poi via via più grande, infine adulto: egli ipotizza che queste fonti riportassero, in modo impreciso, un rituale nel quale la Sindone veniva dispiegata gradualmente (in latino gradalis, da cui secondo questa ipotesi deriverebbe la parola "Graal") e la sua immagine era resa visibile, man mano che il rito procedeva, in misura sempre maggiore, fino ad essere mostrata nella sua interezza.
Inoltre, secondo le sue ricerche, la notizia secondo la quale Giuseppe d'Arimatea (indicato dalla tradizione come custode del Graal) avrebbe raggiunto la Gran Bretagna deriverebbe da un'errata lettura della parola Britio, nome del palazzo reale di Edessa, che sarebbe stata fraintesa per Britannia; il "Britannio rege Lucio" citato da una fonte del VI secolo sarebbe in realtà Abgar VIII, re di Edessa (177-212), che aveva assunto il nome latino di Lucio Elio (o Aurelio) Settimio. Questa teoria si accorda quindi con quella dell'identificazione tra Mandylion e Sindone.
Al pari di altre reliquie della religione cristiana particolarmente note, la Sindone negli ultimi anni è stata citata o utilizzata nelle opere di diversi scrittori e sceneggiatori.
Nel romanzo Il codice dell'apocalisse di Andrea Carlo Cappi e Alfredo Castelli, che ha come protagonista il personaggio dei fumetti italiani Martin Mystere, la Sindone esposta a Torino è in realtà una copia effettuata da Leonardo da Vinci (grazie alla conoscenza della camera oscura) alla fine del XV secolo, realizzata per permettere alla chiesa di custodire con più sicurezza quella precedentemente esposta. Nel romanzo Leonardo non si limita a farne una mera copia, ma, tramite un antico libro di magia risalente al tempo di Atlantide, rende questa un oggetto magico in grado di "catalizzare" le preghiere dei fedeli che l'adorano, di valenza benefica, ed impiegarle per allontanare le forze malvage da Torino. Nel libro un demone, Belial, proclamatosi "Signore del Male", che sta cercando da secoli di scatenare l'Apocalisse, cercherà di disattivarne i poteri, in modo da poter aprire un portale con gli Inferi e far giungere sulla Terra altre creature demoniache.
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