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Sotto
la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose,
associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non
tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al
soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta
era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun
pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla
tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare
volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della
profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure
ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua
intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno
distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori,
“lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far
parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia
della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure
una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente
già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non
sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci
è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli
conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto”
chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà
di Dio.
Giuseppe
discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che
lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e
certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio
Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre
putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli
anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria.
Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il
fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non
dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva
la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato
ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un
figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta
colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La
procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era
comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo
leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per
virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme.
Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla
all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora
incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe,
figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché
quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un
figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi
peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In
ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da
contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai
l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio.
Giuseppe
allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture
leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua
moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo
modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo
al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio.
Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali
e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi
accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei
suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san
Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta
conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu
sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di
Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più
frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo
che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt
1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto
nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là
dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al
sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe
non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia
anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra
loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che
era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La
coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo
II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos,
n. 7).
La
coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa
domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del
Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla
terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove
solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre
l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si
domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la
prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio
avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con
fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi
trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la
salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello
che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile
dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è
quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è
in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è
stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio,
ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di
Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei
moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le
necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di
pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in
suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos,
aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori:
il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.
Autore: Maria Di Lorenzo
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